Ultimamente le serie televisive stanno acquistando un’importanza artistica tale da sviluppare una quantità di tematiche che nulla hanno da invidiare rispetto a cinema e romanzi. I generi trattati sono molteplici, così come pure gli sperimentalismi di scrittura e regia adottati all’interno del media, sempre in evoluzione costante – voglio ricordare a tutti infatti che persino David Lynch, pilastro della cinematografia, creò la serie tv cult Twin Peaks e sta già pensando di tornare all’opera con un’altra. Quindi non c’è da stupirsi imbattendosi in una serie così atipica e apprezzabile come Mad Men.
Il titolo sta ad indicare il termine che i grafici pubblicitari di Madison Avenue coniarono per indicare sé stessi verso la fine degli anni Cinquanta. Infatti è proprio del mondo della pubblicità che si parla, e la sigla d’apertura è già abbastanza esplicativa su questo punto. Vediamo infatti la silhouette nera di un uomo cadere da un grattacielo, planando fra quelli che sono giganteschi poster pubblicitari, fino a concretizzarsi nell’immagine che offre il logo della serie. Di sfondo una musica indefinibile che tutto può dirsi tranne che chiarificatrice su quello che potrà essere (l’ottimo) andamento della serie.
Ed è così che dopo questa overture sui generis ci addentriamo nella vita di Don Draper, direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, uomo all’apparenza della vita perfetta: un buon lavoro, una moglie bellissima, una famiglia devota e la sensazione di aver realizzato al massimo quanto è richiesto dalla società. Purtroppo però, come si può intuire, le cose non sono come appaiono. Difatti Don tradisce ripetutamente la moglie, ha una visione della vita decisamente nichilista che lo spinge a vedere l’amore con un sentimento vacuo, ma soprattutto egli non è veramente chi dice di essere. E sarà proprio questo segreto a mettere più volte in pericolo la sua vita affettiva e lavorativa.
Ma come Don, pure tutti gli altri personaggi creati da Matthew Weiner ‘godono’ del medesimo trattamento. Perché Mad Men non è una serie che ha l’intento di celebrare una decade (quella degli anni Sessanta) come hanno già fatto molte altre opere di fiction a base di rock e saggi fricchettoni, bensì quella di svelare tutte le ipocrisie che hanno caratterizzato un’intera nazione all’alba del proprio splendore e che ancora oggi sono visibili nella odierna quotidianità. Quella che gli autori vogliono effettuare è una decostruzione del vincente, cosa quanto mai necessaria in quest’epoca di nerd al potere, dove i cosiddetti vincenti sono tali solamente in apparenza. I tradimenti negli uffici e nelle vite private degli ‘uomini pazzi’ sono all’ordine del giorno, e nessuno di loro può dire di godere di una vita familiare tranquilla e serena. I pochi ad essere felicemente sposati e che non tradiscono il/la proprio/a partner hanno invece un’insoddisfazione lavorativa che li spinge a odiare il lavoro che tanto avevano ambito, rendendo in certa parte vani pure gli sforzi effettuati per raggiungere la posizione che si ritrovano ad occupare. È un mondo di squali quello della New York di questa serie, un mondo dove la pubblicità altro non è che uno specchio che serve a riflettere l’immagine stessa che i creatori vogliono dare di sé, tanto bella ed attraente all’esterno quanto contorta e sgradevole nella realizzazione.
Altra figura che non va presa sottogamba è quella della donna e infatti le lavoratrici della Sterling Cooper non sono le classiche pupette sorridenti, anche se all’inizio è così che vengono mostrate. Abbiamo Peggy Olsen, timida ragazzetta di provincia il cui ingresso apre la serie, che vedrà le proprie convinzioni scemare a favore di un comportamento sempre più lascivo, fino alle estreme conseguenze del tutto. Ma il vero piatto forte è dato dalla procace Christina Hendricks (vista anche nel Drive di Nicholas Winding Refn) che, nell’interpretare la sua Joan Holloway, offre il ritratto di una donna in grado di incarnare tutti i desideri degli uomini del tempo ma che, pur scendendo a molti compromessi che la relegano insieme alle sue prosperosità all’immagine della donna del periodo(una maggiorata), non rinuncia alla propria indipendenza e alla propria personale ambizione. È grazie a questo personaggi che, anche nelle stagioni successive, si toccano i livelli più drammatici e per certi versi spietati. Ultima ma non per importanza Betty Draper, bellissima moglie del protagonista, che soffre di una segreta frustrazione per aver abbandonato le possibilità di successo giovanili votandosi totalmente alla vita da casalinga, come la società sembra averle mutamente imposto.
Non sfigura però anche tutto il resto del cast, a partire dal protagonista Jon Hamm, volto poco noto del piccolo e grande schermo, che qui riesce a rappresentare in maniera più che degna tutte le sfaccettature di un protagonista così complesso ma apparentemente semplice nella sua idiosincratica voglia e fame di conquista, vero motore di tutti i propri guai. Così come tutti i suoi colleghi, invischiati in tranelli aziendali e politiche di gruppo, che dettano legge su un mondo che tanto idilliaco non è, anche se loro sembrano autoconvincersi che lo sia. Perché il mondo è composto da squali, e perfino per chi siede sul punto più elevato della piramide aziendale la vita non è semplice proprio perché è l’esistenza stessa che ci spinge (vuoi per pura emulazione, o per sfuggire alla noia) a cacciarci nei guai. Solo per farci rendere conto quando è troppo tardi che gli elementi per essere felici erano già in nostro possesso.
Ci sono quindi tanti modi di prendere questa serie. Il più semplice è quello della mera fruizione consumistica, che spingerà lo spettatore a vedere il tutto come un buon passatempo senza troppi sfronzoli. Quello più completo invece spinge lo spettatore ad analizzare gradualmente tutta l’evoluzione psicologica dei protagonisti, a immedesimarsi con loro ed a osservare come certe situazioni siano riscontrabili anche nella giornata media di noi italiani, decisamente meno chiccosi e azzimati degli attori che qui danno voce al malcontento di più generazioni. Ed è qui che Mad Men mostra tutta la sua grandezza, la sua completezza e il suo sottile (ma forse proprio perché tale, immenso) acume.
Una visione che non risparmia nessuno. Perché alla fine chi può dire di essere realmente un vincente?