The Walking Dead è una delle serie di maggior successo degli ultimi anni ed una delle certezze è che gli ascolti televisivi non mentono mai. La storia insegna che se una serie è seguita ed amata da milioni di persone in tutto il mondo, un motivo c’è. Cercherò ora di esporre tutti quegli elementi che hanno reso The Walking Dead un successo mondiale partendo dalle sue origini: come molti di voi sapranno la serie è tratta dall’omonimo, fumetto pubblicato dalla Image Comics nel 2003, creato da Robert Kirkman ed illustrato da Tony Moore per i primi sei volumi, e da Charlie Adlard per i successivi. La serie è stata prodotta nel 2010 dalla AMC Studio, il regista e co-produttore è Frank Darabont (noto per aver diretto film come Le ali della libertà e Il miglio verde). Quest’ultimo ha preso a piene mani la trama dei primi sei albi per trasporli nei sei episodi (da 45 minuti) che compongono la prima stagione. La trama della serie si distaccherà molto da quella del fumetto, Darabont inserirà dei nuovi personaggi e riscriverà il destino di altri, ma non vi preoccupate, questo non ne inttaccherà la coerenza nel lungo termine.
Il palcoscenico iniziale ci mostra un mondo post-apocalittico invaso dagli zombi. Il nostro eroe è Rick, un agente che in pieno stile “ 28 giorni dopo”, si risveglia dopo un coma e scopre che il mondo che conosceva non esiste più. Attraverso una serie di deduzioni comprende che la sua famiglia è ancora viva ed ha lasciato la città, così decide di partire per ricongiungersi a loro. Nel primo episodio si denota tutta la maestria del regista, ogni scena è stata studiata e realizzata nei più piccoli particolari e dalla prima inquadratura è un crescendo che ci porterà al finale che, come da manuale, ci lascerà con il fiato sospeso. Sul primo episodio ritengo doveroso soffermarsi per sottolineare con quanta cura Darabont sia riuscito a delineare il carattere dei personaggi, nonostante la carenza di dialoghi. Prendiamo ad esempio la scena che vede per protagonista Rick ed uno zombi che si trascina sul prato; Darabont riesce a farci comprendere l’indole e gli ideali che muovono Rick mostrandoci la sua pietà, un sentimento che viene trasmesso attraverso un atto violento. La dualità che ci viene mostrata in questa scena sarà poi il motore e la forza dell’intera serie.
Andando avanti ad analizzare i restanti cinque episodi devo però dire che, per varie ragioni, non riescono a reggere il confronto con il primo. La storia procede in maniera piuttosto soddisfacente e tiene in generale un buon ritmo, i personaggi che ci vengono presentati sono carismatici e convincenti ma, sfortunatamente, c’è un netto calo dal punto di vista della regia e non c’è più quella cura nelle inquadrature che aveva contraddistinto il primo episodio; anche la sceneggiatura sembra seguire questa inesorabile discesa. Sei episodi sono pochi per farci affezionare ad una decina di personaggi e così quelli che sono destinati a morire vengono impietosamente trascurati e, quando infine muoiono, non si può dire che lo spettatore si sorprenda troppo. Questo in verità è una specie di patto che il regista compie con lo spettatore; il regista dedica più tempo ed energie a personaggi che non sono destinati a morire nel giro di pochi episodi e la cosa è pienamente comprensibile, se non fosse che il tempo che dedica poi alle loro morti è troppo, semplicemente troppo. Sono troppo enfatizzate e sottolineate, una in particolare riguarda un personaggio che non verrà mai più nominato nel corso dell’intera serie. Queste scene, mi duole dirlo, risultano pesanti e noiose. L’altro difetto di questa prima stagione si riscontra nella quarta puntata e consiste nell’inserimento forzato di un evento che ha dello “spirituale” e che non risulta per nulla inserito nel contesto.
Vorrei chiarire, per gli appassionati del genere, che questa serie non ha lo scopo di spaventare o disgustare: infatti nelle intenzioni prima di Kirkman e poi di Darabont, il contesto post-apocalittico è solo un mezzo per riuscire a mettere alla prova l’essere umano. Si vuol mostrare in cosa si possono trasformare le persone quando la civiltà viene a mancare; si mettono delle persone comuni di fronte a situazioni e scelte impossibili e questo consente di esporre i lati più oscuri e nascosti che, forse, tutti noi celiamo nel nostro animo.
