Lo Sherlock Holmes del nuovo millennio

Di serie tv se ne vedono in numero sempre crescente, ma quante di queste sono veramente originali, intriganti, accattivanti e coinvolgenti? Ben poche, obiettivamente. Alcune proseguono per i loro dieci o dodici episodi, regalandoci qualche interessante sequenza e strappandoci qualche risata, ma senza entrare in maniera permanente nella nostra memoria. Sherlock, la creatura di Arthur Conan Doyle, ha inoltre subito nel corso degli anni numerose rivisitazioni, tra parodie e riadattamenti, cercando di farsi conoscere da ogni tipo di pubblico e da ogni fascia d’età (ci manca solo una Sherlock in gonnella, forse, anche se la CBS ci è andata molto vicina, trasformando John Watson in Joan Watson e dando il ruolo a Lucy Liu nella recente serie Elementary). Unite questi due elementi, o meglio, fate in modo che due menti geniali come Mark Gatiss e Steven Moffat li mettano insieme, ed otterrete una delle serie più improbabili ma allo stesso tempo convincenti dell’ultima decade.

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Ritornato a Londra dopo un missione in Afghanistan, il medico militare John Watson deve affrontare il problema di molti reduci, cioè trovare nuovamente il suo posto nella società civile, oltre ad un posto dove abitare. Un suo amico lo presenta a Sherlock Holmes, un giovane eccentrico appassionato di delitti, anche lui in cerca di un appartamento. I due si stabiliscono (ovviamente) al 221B di Baker Street e iniziano a risolvere insieme una serie di crimini, basandosi sull’ormai consolidato metodo scientifico e deduttivo di Holmes, il quale riesce a ricostruire ogni scena del crimine attraverso dei semplici dettagli che gli assassini hanno tralasciato. Presto viene scoperta però l’esistenza di un pericoloso dinamitardo che si fa chiamare Moriarty, il quale non vuole che i due ficchino il naso nelle sue faccende e che si diverte a giocare con la brillante mente di Holmes in una partita a scacchi macabra con probabili vittime.

“Non sono psicopatico, Anderson, sono un sociopatico iperattivo, informati!”

Miniserie di tre episodi della durata di circa un’ora e mezza ciascuno, Sherlock ha il suo punto più solido nel modo in cui recupera la narrazione a episodi tipica dei quattro romanzi e dei cinquantasei racconti di Arthur Conan Doyle, dimostrandosi una serie televisiva di tutto rispetto. Tutto merito dei due fenomenali protagonisti principali, Benedict Cumberbatch (lo vedremo presto in Into Darkness) e Martin Freeman (è stato Bilbo ne Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato di Peter Jackson), che impersonano i due investigatori in maniera divertente e divertita, lasciando sempre lo spettatore di stucco, sia che stiano litigando tra di loro sia che stiano collaborando per risolvere un delitto. Scelta azzeccata, inoltre, anche quella di affidare la regia al veterano del giallo d’azione Paul McGuigan (i più appassionati lo ricorderanno per il geniale Slevin – Patto Criminale, pellicola che vi consiglio di recuperare se siete appassionati di intrighi criminali interpretati da un grande cast), il quale recupera la versione che Guy Ritchie e Robert Downey Jr. hanno creato nel loro (per ora) dittico hollywoodiano dedicato a questo personaggio, lasciando però da parte i virtuosismi tipicamente americani e i concetti da blockbuster e concentrandosi invece molto di più sullo stile d’indagine tipico dei romanzi scritti dal celebre (mai comunque quanto la sua invenzione letteraria) Arthur Conan Doyle, trattando le sue opere con vero e proprio rispetto e citando molti degli aspetti narrativi sui quali si basa tutta la letteratura Holmesiana: uno per tutti, il Watson narratore, rivisitato ai giorni nostri come un accanito blogger che racconta vizi e virtù del suo coinquilino.

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Grazie alla precisa messa in scena e ad una trama che si infittisce sempre di più, Paul McGuigan e i creatori della serie ci regalano una prima stagione veramente promettente, in grado di farsi amare già da subito, personaggi compresi, allestendo una suspense che va via via crescendo durante lo svolgimento della serie certamente breve, ma comunque piena di momenti emozionanti grazie alla durata di ogni singolo episodio: un’ora e mezza. Se vorrete recuperare quindi questo nuovo e contemporaneo omaggio ad uno dei personaggi più importanti della letteratura inglese, vi ritroverete di fronte non a tre episodi, bensì a tre film per ogni stagione, di fronte ai quali rimarrete stupefatti e affascinati, i quali vi cattureranno e di cui non vedrete l’ora di conoscere il proseguimento.