Signori e signore, venghino! Venghino all’inaugurazione di una speciale rubrica che vede presentare dei film ancora inediti qui da noi nel Bel Paese, delle pellicole che per una ragione o per l’altra non hanno avuto ancora modo di poter soggiornare sugli schermi nostrani e che sono reperibili unicamente in rete, grazie ai sottotitoli del popolo del web. Un modo per creare informazione alternativa su produzioni che la distribuzione nostrana, per motivi più o meno validi, sembra snobbare. A varare quest’entusiasmante iniziativa è una pellicola di classe 2009 proveniente dalla Corea del Sud: Thirst.
Autore di questo strano film è Park Chan-wook, che dieci anni fa si fece notare col film-capolavoro Old boy, ricevendo così le lodi nientemeno che dal maestro Quentin Tarantino (che lo definì come il film che avrebbe desiderato fare) oltre che il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2004 (la Palma quell’anno andò al documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore). Grazie alla rilevanza del premio ebbero un’improvvisa notorietà anche le altre due pellicole che insieme al ‘vecchio ragazzo’ (che era la parte centrale del trittico) formavano l’ideale Trilogia della Vendetta: ovvero Mr Vendetta e Lady Vendetta. Da lì in poi la carriera di Park Chan-Wook, del quale potremo godere a breve del lungamente annunciato esordio americano, ha avuto un’incredibile ascesa che gli permise di sperimentare quanto più possibile con tutti i generi. In seguito alla straniante commedia romantica I’m a cyborg but that’s ok si è passati per l’horror romantico/filosofico con la pellicola qui recensita. Anche questa il più straniante possibile, come da sempre questo autore ci ha abituati.
La storia è quella di Sang-hyun, un prete molto devoto che un giorno parte per l’Africa, dove si cercano le cure per una malattia ad alto tasso di mortalità. Lì si sottopone come cavia ma, dopo un’apparente decesso, sembra rinascere. Manifesta però degli strani sintomi: non può stare alla luce del sole, la sua forza è smisuratamente aumentata ed ha un’inestinguibile sete di sangue. Al suo ritorno in Corea è accolto come un eroe, ma i suoi poteri segneranno il suo destino in maniera decisamente drammatica, specie quando s’innamorerà, apparentemente ricambiato, della bella moglie di un discutibile amico d’infanzia…
Nonostante il Premio Speciale della Giuria al 62° Festival di Cannes, l’horror romantico e psicologico di Park Chan-Wook non convince appieno. O almeno, convince solo in minima parte. Resta l’elegantissimo e patinato stile visionario al quale ci aveva abituati nelle sue ultime due fatiche, così come restano le tematiche così seriose e pesanti trattate in un modo che le renda tuttavia meno gravose alla mente dello spettatore medio. Peccato che al contrario di quanto succedeva nel suo magnifico trittico sulla vendetta, gli argomenti sono introdotti con una metodologia molto confusa e tutt’altro che chiara.
Già la partenza con un protagonista prete, e quindi legato a tutte le questioni e disquisizioni filosofiche che un simile stile di vita comporta, premette che le ambizioni di questa pellicola sono molto alte. Ma questo non impedisce ai primi minuti di film di decollare in maniera sublime e d’invogliare lo spettatore nel proseguire la visione. Peccato che già dopo mezz’ora dall’inizio si avvertono delle problematiche piuttosto gravose che il ricercatissimo stile registico non riesce a superare nella maniera migliore. Anzi, proprio tutto quel manierismo finisce per rallentare la pellicola in più punti, rischiando oltretutto di far terminare la visione con la testa dolorante per l’overdose di informazioni (anche solo a livello visivo) cui si è esposti durante i centotrenta minuti di durata.
Come se ciò non bastasse, inoltre, quello che sembrava partire come un film legato al tema della religione e, di conseguenza, del diverso modo di intendere la vita dopo una nuova rinascita (non solo fisica, ma anche spirituale), ha un’incessante e inesauribile ricerca di ulteriori temi da affrontare, finendo così per risolverne solamente mezzi – e neanche in maniera del tutto compiuta. Arrivati a metà di Thirst vediamo il concentrarsi delle attenzioni sull’amore fra Sang-hyun e Tae-ju, per poi spostarsi anche sul modo che ha la massa di intendere la resurrezione del nostro neo protagonista, che riprenderà il disperato controllo della propria vita prima distruggendo la propria stessa immagine di essere puro e perfetto, poi affrontando l’inevitabile destino che si è autoimposto insieme alla recalcitrante amata, in una scena tanto maestosa e perfettamente architettata quanto poco credibile e visivamente eccessiva. C’è troppa carne (o sangue?) al fuoco un questo film e il rischio di strafare sembra incombere ad ogni scena.
La possibilità di riesumare (la parola calza a pennello, direi) l’immagine del vampiro, sepolta sotto inutili tendenze nostalgiche e rivoluzioni generazionali a tratti davvero discutibili, era un’occasione davvero ghiotta per Thirst. Ma come tutte le storie che puntano particolarmente in alto, la possibilità di farsi prendere la mano era scontata e purtroppo si è verificata, con tutti gli inevitabili disastri che ciò comporta.