Agli italiani piace cantare e la buona cucina, gli inglesi fanno barzellette che solo loro capiscono, i francesi sono raffinati oltre ogni modo, gli scandinavi sono taciturni e bevono molto, mentre gli svizzeri sono sempre puntuali. Questi dovrebbero essere i luoghi comuni che in decenni di barzellette e modi di dire i vari paesi si sono portati dietro. E gli americani? A loro tocca sicuramente l’accostamento a un patriottismo al limite dell’esagerazione che il più delle volte rischia di scadere nel ridicolo. E stavolta non ci troviamo davanti al solito stereotipo ignorante, o almeno, viene da prenderlo molto sul serio se ci troviamo davanti a un film come Attacco al potere – Olympus Has Fallen di Antoine Fuqua.
La trama è molto semplice. Mike Banning è una guardia del corpo dei servizi segreti che, durante un incidente, ha modo di salvare il presidente degli Stati Uniti d’America. Non riesce ad avere il medesimo successo con la First Lady, che perisce nonostante i suoi sforzi. Questo lo mette in cattiva luce agli occhi del Primo Cittadino, che lo relegherà dietro una scrivania. Un giorno però, precisamente il cinque luglio (subito dopo la festa dell’indipendenza americana) un gruppo di estremisti Nordcoreani attaccano la casa bianca, tenendo in ostaggio il presidente. Mike, unico sopravvissuto del suo staff, avrà modo di mettere la sua forza e la sua efficienza al servizio della giusta causa, riprendendosi la reputazione che la sorte gli aveva inopinatamente tolto…
Trama più banale e scontata di così non si può. Il che non è necessariamente un male, perché se il plot viene sacrificato sotto qualche pretesto quale la tamaraggine più estrema ed esagerata, il prodotto finito può essere ugualmente un buon trampolino di lancio per una pellicola che fondamentalmente non ha nulla da dire. Ne era la prova il 300 di Zack Snyder, che con il cattivo gusto ostentato ed i combattimenti esagerati all’inverosimile aveva saputo rendere appetibile un film che forse in altre mani sarebbe risultato unicamente banale ed episodico negli scontri. Certo, anche in questo esempio il capolavoro era lontano anni luce dall’essere raggiunto, ma alla fine si è trattato di una pellicola infarcita di sana azione testosteronica che di certo male non fa.
Non si riesce a replicare la stessa formula vincente con la pellicola qui recensita, che con il peplum sui generis di Snyder condivide l’attore protagonista Gerard Butler, presente in questo progetto anche nelle vesti di produttore. L’intento sembra quello di realizzare un qualcosa di similare ai vecchi action anni Ottanta come il Trappola di cristallo con Bruce Willis, dove un one man hero riesce a tener testa alla classica banda di uomini brutti e cattivi grazie al proprio ingegno e alle proprie capacità, ma purtroppo questo film è privo dell’ironia che dovrebbe contraddistinguere opere di questo genere. Tutto appare estremamente serioso, come l’inizio che vede aprirsi in dissolvenza sulla bandiera americana spiegata dal vento, e contraddistinto da un patriottismo davvero ottuso che fa cadere nel ridicolo in più punti la pellicola. Pure l’azione non è neppure così esaltante ed esagerata come ci si aspetterebbe, il che unito alla prevedibilità della trama rischia di far socchiudere le palpebre in più punti.
Poco da dire pure sul versante tecnico, che vede una computer grafica decisamente non eccelsa e una regia da parte di Fuqua davvero scolastica e minimale. Gli attori coinvolti non sono poi dei novellini, basti pensare a Morgan Freeman e Aaron “Due facce” Eckhart, tutti però circoscritti in personaggi davvero banali e già visti in mille altre pellicole similari.
Pure la minaccia nordcoreana che il protagonista deve affrontare, anche se indirettamente collegata alle recenti dichiarazioni politiche, non riesce ad essere minimamente interessante. Tutto in Attacco al Potere sembra realizzato col solo fine di innalzare i sani e giusti principi americani solo perché la tradizione vuole così, tutto sembra asservito a questo concetto patriottico che il cittadino medio sembra assorbire fin dalla nascita. Agli sfidanti resta poco o nulla. Siamo dalle parti del recente Act of valor, dove tutto è pensato per essere lirico ed eroico, riuscendone solo a diventare l’ideale (auto)parodia. Un bello smacco per gli Stati Uniti d’America, che in questo apogeo del perdente che ritrova i fasti passati grazie alla propria civiltà contro i barbari invasori, dimostrano che una certa dose di infantilismo stereotipato è presente in maniera fin troppo marcata nel proprio aspetto ludico e popolare. Forse è proprio quello l’attacco che andrebbe sgominato, per certi versi…

