Quando una pellicola approda sul grande schermo, presentarla nella maniera più adatta è molto importante. Ormai i multisala e i circuiti nazionali e internazionali la fanno da padrone, ma ancora oggi escono al cinema film che meriterebbero la visione in uno di quei vecchi cinema-teatro, con tanto di drappi rossi appesi ai lati, di poltrone in stoffa, di palcoscenico e di sipario di fronte allo schermo. Guardare The Artist all’interno di una sala come questa è stato meglio che vedersi l’ultimo kolossal americano in 3D, perché lo spazio attorno a me ha favorito l’immedesimazione con il personaggio e la partecipazione attiva durante la visione di un film ambientato quasi novant’anni fa.
La storia parla di una grande star del cinema muto di nome George Valentin, interpretato dal premio Oscar Jean Dujardin, che si ritrova a dover fare i conti con il cinema sonoro e con l’avvento dei nuovi volti del grande schermo come quello di Peppy Miller, impersonata da Bérenice Bejo. I due portavoce di due modi diversi di fare intrattenimento si scontreranno fino a trovare un punto in comune e ad arrivare ad una soluzione in grado di fare lavorare entrambi ancora all’interno del mondo dello spettacolo. Scritto e diretto da un talentuoso ed ispirato Michel Hazanivicius, questo omaggio al cinema muto è una geniale e ben strutturata analisi dell’avvento delle nuove tecnologie che azzecca anche il momento storico giusto nel quale uscire in sala, poiché grazie ad essa si può paragonare l’evoluzione del cinema alla fine degli anni venti con quella che stiamo vivendo oggi, ossia lo sviluppo della terza dimensione che ha spaccato il pubblico a metà tra estimatori e detrattori. Oltre a questo è interessante notare il fantastico discorso metalinguistico che il film porta con sé: ogni personaggio è parte integrante della storia ma interagisce con gli altri a suo modo, molto spesso senza parlare. Gli scambi di sguardi tra i protagonisti sono il primo spunto, ma non posso non citare la piccola sequenza in cui Peppy e George, separati da un telo bianco, comunicano tra loro utilizzando la danza (idea che poi tornerà almeno un altro paio di volte successivamente, sottolineando una sceneggiatura calibrata al meglio).
Altro apporto meraviglioso viene dato da una regia mai sopra le righe e sempre ricca di idee geniali e di battute ironiche realizzabili solo all’interno di un film del genere, ovvero di una pellicola muta e realizzata solo dopo l’avvento del cinema sonoro, le quali allestiscono qui e là una leggera suspense che giova al risultato finale della pellicola, come il silente scroscio di applausi durante la prima del film che ha come protagonista Valentin, per citarne una. Nota di merito anche alle bellissime e onnipresenti, anche per necessità, musiche di Ludovic Bource, premiato anche lui con l’Oscar per il suo lavoro sempre in linea con le idee che il regista aveva intenzione di portare sul grande schermo. L’unica cosa che si può criticare al film è l’essere un po’ troppo ammiccante al vecchio cinema muto al quale si rifà, tanto da non mettere in scena un immaginario originale ma personaggi e situazioni tali che lo spettatore possa ricollegare a qualche sprazzo filmico dell’epoca che magari ha visto in televisione o in qualche vecchia videocassetta. Ma il percorso narrativo di Hazanivicus non è quello di rifarsi al cinema muto per presentare sullo schermo volti nuovi e originali, bensì approfittare di un determinato periodo storico per analizzare il linguaggio comunicativo al di fuori di quello verbale e l’importanza del piccolo cagnolino Uggie a livello di sceneggiatura ne è un altro esempio.
Un ottimo omaggio al cinema muto, quindi, ma anche una geniale analisi di come un essere umano può comunicare senza la parola, utilizzando al meglio la comicità tipica degli anni venti aggiornando però alcune sequenze con delle gag che strizzano l’occhio anche al cinema sonoro.


