La Terra, in un futuro non lontano, è finalmente un pianeta pacifico: non ci sono più guerra né violenza, ogni singola persona è onesta, sincera, benevola. C’è solo un problema: non sono più gli umani la specie dominante. Il pianeta è stato infatti invaso dalle Anime, una razza aliena che si lega ad altre forme di vita in modo parassitario. Viandante è un’Anima, legata al corpo della ribelle Melanie Stryder, membro di una delle ultime sacche di resistenza umane. Il compito di Viandante sarebbe quello di usare i ricordi della ragazza per scovare i suoi compagni, ma la coscienza di Melanie è ancora presente, e la forza dei suoi affetti cambierà radicalmente la prospettiva dell’aliena. Questa è la premessa di The Host, oggetto della recensione odierna.
Non era certo facile trasporre sullo schermo L’ospite, romanzo di Stephenie Meyer del 2008: il cambio di mani che ha visto avvicendarsi vari soggetti a produzione e regia dal 2009 ne è una dimostrazione. Tutto il libro si basa sui dialoghi mentali che contrappongono Wanda (abbreviativo di Wanderer, in Italia Viandante) alla sua ospite umana Melanie, ed una struttura narrativa simile trova non poche difficoltà a mantenere la propria efficacia al cinema. Da ultimo, è stata la Open Road Films ad aggiudicarsi i diritti, mentre alla regia si è imposto il neozelandese Andrew Niccol (aggiudicatosi per due volte la sedia di regista, la seconda dopo essere stato sostituito, per tre mesi, da Susanna White).
Niccol si è sempre distinto, fin dal suo esordio come regista nel 1997 con Gattaca – La porta dell’universo e come sceneggiatore l’anno dopo con The Truman Show di Peter Weir, come un autore interessato alla definizione di persona, intento ad indagare l’umano nella sua forma problematica. Il romanzo della Meyer, che scompone l’identità delle due protagoniste in mente e corpo come oggetti distinti ma incompleti l’uno senza l’altro, si presta bene a questo tipo di approccio, e fornisce un buon materiale di partenza per una riflessione, da parte di Niccol, in linea con la propria filmografia.
Rispetto al romanzo originale, Niccol, anche sceneggiatore, si discosta di poco in questo The Host; taglia alcuni personaggi e ne ridimensiona altri, facendo bene attenzione a mantenere al centro del film il complicato rapporto tra Melanie e l’indesiderata ospite, almeno all’inizio, Viandante. Se, da un lato, si perde molto delle sottotrame che davano spessore alla vicenda, dall’altro si conferma quella che è l’intenzione principale di Niccol: quella fantascienza umanista che è stata il modello di Gattaca, S1m0ne o anche dell’ultimo In Time, che sappia interrogarsi ed interrogare sul valore effettivo della persona umana, ponendo anche dubbi scomodi (visti i risultati dell’ “invasione”, il mondo sarebbe davvero peggiore senza uomini?).
Fra emozioni e ricordi, ragione e sentimento, Niccol tratteggia un quadro intrigante, che non fa pesare le proprie due ore, complice prima di tutto un cast all’altezza. Saoirse Ronan regge la pellicola praticamente da sola, e convince nell’interpretazione (a volte simultanea) di entrambe le protagoniste, dimostrando un talento che è una promessa per il futuro. A rubarle la scena, solo il veterano William Hurt ed il giovanissimo Chandler Canterbury; buona anche l’antagonista, la Cercatrice di Diane Kruger, che, sebbene perda complessità rispetto al romanzo, fa da ottimo contraltare, con la propria furia gelida, alla calma ed alla bontà d’animo di Wanda. Peccato per i protagonisti maschili, Max Irons e Jake Abel, che rimangono totalmente sullo sfondo, incapaci di ritagliarsi un ruolo che sia qualcosa di più che strumentale.

