Psyco - Nuove visioni di un vecchio cult

Avere la possibilità di rivedere sul grande schermo uno dei capolavori del cinema di più di cinquant’anni fa (e per questo ringrazio il Cinema Loreto di Pesaro per avere dato la possibilità ai cittadini della Provincia di assistere a questa proiezione in maniera gratuita) è stato non solo emozionante, ma anche coinvolgente e riflessivo. Innanzitutto perché mette in evidenza ancora di più il fatto che alcune pellicole prodotte e distribuite ai giorni nostri hanno imparato poco o niente dal genio di Alfred Hitchcock, poiché il pubblico che si affaccia a Psyco riesce ancora oggi a reggere i suoi 109 minuti di durata senza stancarsi mai, anzi lasciandosi prendere in giro dall’autore al punto di arrivare a parteggiare prima per una ladra e poi per un assassino, scelta innovativa che già da sola spezza le regole del cinema d’intrattenimento di ieri e di oggi, dove i protagonisti erano (e a volte sono ancora) i buoni per i quali tutto si concludeva per il meglio. In secondo luogo perché mi ha permesso di fare delle riflessioni impossibili da elaborare con una visione del film su un piccolo schermo televisivo o sul monitor di un pc.

Psyco è un film puro, che vive degli ormai più classici tecnicismi e della dialettica narrativa più efficace, ovvero quella estetica e puramente tecnica del montaggio, quella suggestiva e accattivante delle musiche e quella emotiva e fuorviante della messa in scena. Con questo film Hitchcock si diverte a prendere in giro lo spettatore ma allo stesso tempo a farlo interagire con la storia, anticipando al pubblico quello che sarà il destino dei suoi protagonisti, grazie a dei dialoghi fantastici e scritti con attenzione e precisione nei dettagli, ma anche a sequenze e inquadrature che anticipano il futuro. Gli uccelli impagliati, classicissimo simbolo di morte reperibile ormai in qualsiasi salsa (perfino Ace Ventura ci ha ironizzato sopra con una sequenza piuttosto grottesca e divertente), sono solo uno dei tanti piccoli indizi con i quali l’autore anticipa al pubblico ciò che succederà poi, non limitando il compito al solo immaginario visivo, ma espandendo questa minuziosità anche ai dialoghi pronunciati da tutti i protagonisti, principali o secondari che siano, creando degli scambi di battute all’interno dei quali vengono seminati tantissimi giochi di parole riconoscibili solo dopo una prima visione.

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“Avete mai visto l'interno di un manicomio? Le risate, le lacrime... e gli sguardi allucinati che vi scrutano? Mia madre là dentro? Ma lei è innocua... è innocua come uno di quegli uccelli impagliati.”

Ma finora mi sono limitato a raccontarvi qualcosa di reperibile in un qualsiasi libro dedicato al Maestro della Suspense, senza offrirvi niente di nuovo e concentrando la mia attenzione su ciò che già è stato analizzato precedentemente. È facile parlare di una pellicola del 1960 condividendo cose dette da autori ben più affermati e decisamente più preparati di me, ma è molto più difficile e complesso cercare di notare qualche particolare finora passato in sordina, anche a causa della veneranda età di questo film. A questo proposito vorrei riportarvi alla memoria la scena che precede l’arrivo al Bates Motel: Marion (Janeth Leigh) è in auto quando all’improvviso scoppia un temporale e, per contrastare la minacciosa violenza della pioggia, aziona il tergicristallo che sferza l’acqua come un coltello; in sottofondo c’è il tema principale composto da Bernard Hermann che enfatizza l’angoscia provata dallo spettatore. Qualche minuto dopo Marion si rilassa con una calda e rinvigorente doccia all’interno della sua camera d’albergo, ma sarà proprio sotto quell’acqua così tranquilla che le sferzate di una lama la faranno crollare a terra priva di vita. Singolare caso o preciso e dettagliato studio di una suspense che, perdonate il gioco di parole, si taglia con il coltello? Chi ha studiato cinema sa che sul grande schermo il caso non esiste: Marion avrebbe potuto finire al Bates Motel in altri modi, magari a causa della stessa stanchezza che qualche minuto prima l’aveva colpita, o magari a causa di un pneumatico forato, invece è stata scelta proprio la pioggia come deus ex machina della situazione, in una sequenza resa ancora più inquietante grazie ad un montaggio dal ritmo tanto serrato quanto quello della famosa scena della doccia.

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Ovviamente questa mia personale riflessione va presa con le dovute precauzioni, ma ho cercato di portare in queste poche righe un nuovo punto di vista su Psyco, film che in questi anni ha ormai ricevuto le più disparate riletture, dapprima bistrattato dalla critica ma in seguito considerato finalmente uno dei capisaldi del cinema dell’epoca e un capolavoro indiscusso nella storia del mass medium, capace ancora oggi di permettere ad un giovane cinefilo e aspirante regista come il sottoscritto di realizzare dei fantasiosi collegamenti narrativo/visivi come quello che avete avuto il piacere (o il dispiacere, ma spero di no) di leggere qua sopra. Una pellicola in grado di dimostrare che il Cinema, quello vero, quello fatto con il desiderio di raccontare e di stupire, di spaventare e di emozionare, non è fatto di effetti speciali e di computer grafica bensì di idee, di scelte, di originalità, di rischio e, soprattutto, di passione.


100

Pellicola senza tempo, capace di coinvolgere lo spettatore come pochi film sono in grado di fare. La maestria con cui Hitchcock mette in scena un soggetto semplice e lineare come la storia di un pazzo omicida è ancora oggi imitata da molti ma eguagliata da pochi. L'autore passa dal romantico alla commedia, dal thriller all'horror con una spaventosa conoscenza del mezzo cinematografico e una ferrea sicurezza nel seguire certi schemi e romperne altri. Film dal quale ancora oggi si dovrebbe prendere spunto e imparare qualcosa.

  • Montaggio spettacolare
  • Scelte registiche esemplari
  • Attori all'altezza dei ruoli
  • Sconvolgimento psicologico completo
  • Messa in scena da brividi
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