Les Misérables - Rivoluzione francese a colpi di note

A molti non è andato giù il fatto che in questo film il 95% delle parole vengano cantate anziché dialogate, ma il regista Tom Hooper non ha ingannato nessuno dicendo che avrebbe girato la versione cinematografica del musical tratto dall’opera di Victor Hugo. Les Misérables non è infatti una rivisitazione del romanzo, ma una riproposta cinematografica del famoso evento teatrale ispirato ad esso e costruito sulle musiche di Claude-Michel Schönberg e sui testi di Alain Boublil.

Il primo plauso va alla coerenza stilistica di Hooper, autore che già dal suo Il maledetto United ha messo in scena una sua personalissima idea di cinema che ha poi confermato nel pluripremiato Il discorso del re, ovvero che i personaggi sono la chiave di tutto e che la macchina da presa si deve muovere in base alle emozioni che essi provano, enfatizzandole tramite le inquadrature, siano esse fisse o in movimento. Nemmeno in questo suo primo kolossal ad alto budget Hooper abbandona il suo stile e riesce a creare una pellicola coerente e riconoscibile, nonostante alcuni piccoli accorgimenti narrativi atti a rendere più scorrevole una storia dai toni più tragici che drammatici. Sono infatti gli attori ad essere ancora una volta protagonisti delle inquadrature di Hooper, in particolare i due personaggi di punta Jean Valjean e Fantine, interpretati da due ottimi performer come Hugh Jackman e la vincitrice del premio Oscar per la sua commovente performance Anne Hathaway, che viene ricordata principalmente per il drammatico piano sequenza in cui intona la famosissima I dreamed a dream. Non vanno dimenticati poi tutti gli altri interpreti, a partire da un Russel Crowe che però convince solo a metà a causa di uno spietato confronto artistico con il suo nemico impersonato da Jackman, con il quale il pubblico ha più empatia e dal quale si lascia coinvolgere maggiormente anche grazie ad una interpretazione molto più convincente rispetto a quella di Crowe. Colpiscono anche i giovani talenti di Eddie Redmayne, Amanda Seyfried e Aaron Tveit, senza scordare il breve ma importante spazio dedicato alla Éponine di Samantha Barks.

“Look down. Look down. Sweet Jesus doesn't care”

A rendere il tutto più realistico e grottesco ci pensa il trucco di Julie Dartnell e Lisa Westcott, premiato anch’esso con l’ambita statuetta dell’Academy e grazie al quale possiamo immedesimarci ancora di più  nei personaggi e farci trascinare da essi all’interno di quel periodo storico così cupo ma così pieno di emozioni diverse. La novità, però, che Hooper mette in atto è quella di avvicinarsi più all’ambito teatrale che non a quello cinematografico (altra critica che arriva dal grande pubblico, ma che il regista sfrutta più come pregio che come difetto) lasciando nel dimenticatoio il playback posticcio delle musiche e utilizzando sapientemente i microfoni in presa diretta al fine di “torturare” i propri attori e di imporre loro il canto dal vivo, proprio come se fossero di fronte ad un pubblico in teatro. Ecco quindi che la ricostruzione digitale della voce viene meno a favore ancora una volta di un realismo marcato e importante per il film, il quale vive anche di quelle piccole stonature in cui gli attori cadono a causa del duplice sforzo di recitare e cantare di fronte alla macchina da presa. Piccole stecche e singhiozzi della voce sono delle cose molto importanti perché rientrano nell’ambito del fin troppo citato realismo e fanno avvicinare ancora di più il pubblico al prodotto, evitando che lo spettatore si sieda per ascoltare un’ottima esibizione canora, ma che invece rimanga incollato alla poltrona grazie a ciò che raccontano i versi delle canzoni assieme ai volti di chi le sta cantando.

Peccato però per un ritmo che non sempre riesce a sostenere la potenza visiva  e che qui e là può anche annoiare chi non è pronto a tuffarsi in quasi tre ore di struggenti note e viaggi introspettivi, più che altro a causa di una mancata suddivisione dello script in un modo più consono alle richieste cinematografiche, il quale resta più fedele all’opera teatrale a cui si rifà che al grande schermo verso cui è rivolto. In ultimo volevo evidenziare un mio personale pensiero sulla tanto criticata scelta di non inserire i dialoghi all’interno del film: la cosa più fastidiosa sono stati proprio i tre o quattro momenti di dialogo, soprattutto per chi come me l’ha visto in una sala italiana e si è trovato improvvisamente gli attori parlare in italiano dopo lunghi momenti di canzoni in lingua inglese. A mio parere sarebbe stato utile e curioso rischiare il tutto per tutto e gettarsi in questo progetto eliminando completamente i dialoghi e lasciando che i personaggi cantassero per tutta la durata del film, evitando di spezzare la magia data dalle musiche con un paio di forzati discorsi diretti ancor più stranianti del normale se ascoltati in un’altra lingua; comunque sia, trattasi di piccolezze.


85

Parigi, gli albori della rivoluzione francese. Jean Valjean torna ad essere un uomo libero e decide di cambiare vita passando da ladro a borghese onesto. Fantine cerca disperatamente di aiutare sua figlia vendendo tutto quello che ha. Javert, Cosette e gli altri protagonisti faranno i conti con la loro moralità e i loro principi come i due protagonisti principali. Un film corale dai risvolti religiosi davvero coinvolgenti. Una pellicola che merita di essere vista sul grande schermo e, forse, il film più coerente e innovativo tra tutti i candidati all'ottantacinquesima edizione degli oscar.

  • Attori in piena forma
  • Macchina da presa al servizio della recitazione
  • Piano di regia studiato a tavolino
  • Emotività straziante
  • Ritmo altalenante
  • Script a singhiozzo