Chi bazzica nel mondo del rock pesante avrà sicuramente sentito parlare di Rob Zombie, che col suo industrial metal sui generis non ha mai nascosto una passione per un certo tipo di cinema e immaginario horror. Elementi che gli hanno valso l’opportunità di intraprendere una felice carriera di cineasta, impostando uno stile narrativo alquanto particolare, molto pulp e perverso, che non risparmia gli stomaci più deboli. Si era fatto notare con il godibilissimo La casa dei mille corpi, e rasentò il capolavoro di genere con La casa del Diavolo. Poi purtroppo ci fu la triste parentesi dei remake di Halloween, ma ora lo ritroviamo in tutto il suo grezzo splendore con questo Le streghe di Salem (in originale The Lords of Salem, più incisivo circa i fatti che verranno narrati), pellicola che dovrebbe segnare una sua conversione a un tipo di cinema più autoriale. Insomma, la pellicola della maturità, quella che dovrebbe rivelare un Rob Zombie più filosofico e sensibile, il ragazzo con un anima dietro l’immagine di sporco ribelle che ha voluto crearsi.
Ad accompagnarlo in quest’avventura c’è sempre la bella Shery Moon, un tempo modella, poi corista per il signor Zombie, fino a diventarne la moglie e l’attrice feticcio che usa in tutti i suoi film. Al cinema non ha mai avuto un particolare successo, e infatti è finita sempre per recitare nella pellicole del coniuge in delle parti sempre estreme ed esagerate ma nelle quali risultava particolarmente credibile.
La bella Shery – che sfoggia un’inedita acconciatura rasta – personifica la dj Heidi, che nella città di Salem (proprio quella dove avvennero i roghi delle streghe divenuti leggenda) conduce un programma radiofonico insieme a due suoi amici rocker. Un giorno le arriva un pacco contenente un album della band I Signori, e ascoltando le strambe tracce delle particolari sensazioni hanno modo di risvegliarsi in lei, conducendola in una letterale discesa per gli abissi alla scoperta di un inquietante mistero. Quando poi la musica dei Signori diverrà un vero e proprio successo radiofonico, questi decidono di tenere un concerto gratuito nella città di Salem, scatenando l’inevitabile orrore finale.
La prima cosa che colpisce di Le streghe di Salem è la ricercatezza visiva di Zombie, la cui regia ferma e quasi patinata si sposa con la bellissima fotografia di Brandon Trost, per certe sequenze che a livello visivo possono dirsi di pura bellezza. Il lavoro fatto sull’atmosfera è molto ricercato, e si preferisce puntare su quello piuttosto che sui classici cliché dello spavento. Qui alcuni infatti potranno storcere il naso, perché gran parte del film si dipana attraverso questo mistero riguardante I Signori che va risolto, conferendo al tutto un ritmo lento (anche se mai pesante) che però non tutti possono gradire. Fin qui quindi possiamo ammettere che qualcosa è cambiato nell’ottica del regista, ma non è tutto oro quello che luccica. Nel proseguire questo viaggio alla scoperta della bellezza del male, più di un punto sembra non convincere a fondo. La protagonista non appare sufficientemente esplorata nelle sfaccettature caratteriali, e alcuni tratti molto interessanti circa una sua segreta dipendenza dalle droghe sono appena accennati. Il voler essere perversi e disturbanti a tutti i costi poi porta ad alcune sequenze davvero ridicole, come il forzato rapporto orale al prete o la sequenza che vede dei manichini in veste papale intenti a masturbarsi con un pene finto, che oltre ad essere particolarmente stupide sono anche palesemente gratuite e di cattivo gusto. Zombie dimostra poi di aver voluto fare il passo più lungo della gamba con una sequenza finale ai limiti del manierismo, finendo per perdersi a metà strada e concludendosi con un nulla di fatto. Il sottotesto religioso poi è davvero ambiguo e non a caso alcuni hanno bollato questo prodotto come un film satanista. A mio avviso queste voci non sono da prendere particolarmente sul serio, perché l’intenzione di Zombie non è quella di produrre inni al satanismo (anzi, gli appartenenti a questo tipo di cultura sono ampiamente sbeffeggiati, come mostra l’intervista al blackster a inizio film) o a qualsiasi altra religione. Quello a cui possiamo assistere qui è un completo sfogo della sua mente (malata, diranno alcuni) che produce comunque qualche sequenza davvero memorabile, un trip visivo che sotto moltissimi punti deboli mostra anche un vago e sinistro fascino.
Allo spettatore resta, ovvio, la scelta di farsi catturare da tutto questo. È normale e giustificato che alcuni possano provare repulsione per un qualcosa di così estremo e agghiacciante, specie se poi quella che viene spacciata per una ‘ricerca autoriale’ ha delle falle così grosse. I fan accaniti del regista comunque non saranno delusi, come invece lo rimarranno quelli che si aspettavano il capolavoro che era stato annunciato a gran voce.
Forse Rob Zombie dovrebbe continuare a fare musica, oppure a dedicarsi al genere che meglio gli compete. Ma non si può negare che, con Le streghe di Salem, alla sua maniera abbia avuto il coraggio di osare. E che con un budget di un milione e mezzo di dollari abbia saputo creare delle scene così belle in grado di competere con quelle dei kolossal più rodati.

