Oz torna ad incantare davvero


Kansas, 1905: Oscar Zoroaster Phadrig Isaac Norman Henkel Emmannuel Ambroise Diggs, meglio noto come Oz per chi non ama gli scioglilingua, è un mago da fiera donnaiolo, imbroglione, bugiardo patologico. Un giorno, in fuga dall’ennesimo marito geloso a bordo di una mongolfiera, Oz si ritrova investito da un tornado, che lo trasporta in una terra incantata che porta il suo stesso nome: Oz. Qui, le streghe buone Evanora e Theodora lo riconoscono come il salvatore promesso da una profezia, secondo la quale il mago diventerà signore del castello e dell’immenso tesoro che contiene, solo a patto che riesca ad uccidere la malvagia strega Glinda. Attirato dalla prospettiva di diventare un ricco sovrano, Oz accetta, e parte per la missione accompagnato solo da una scimmietta volante, una bambina di porcellana, e tutti i suoi trucchi da prestigiatore…


Certamente, Il grande e potente Oz non era nato sotto i migliori auspici: ricordo che l’idea fu in origine di Joe Roth, produttore che aveva già pensato il sequel del classico Disney Alice nel Paese delle Meraviglie diventato poi il men che mediocre Alice in Wonderland di Tim Burton. Nel 2010, Roth pensò di realizzare un prequel di uno dei classici più amati e celebri, in America, del cinema fantastico: Il mago di Oz di Victor Fleming, che nel 1939 aveva incantato per i suoi effetti speciali, per l’epoca all’avanguardia, e le sue indimenticabili coreografie musicali. Il film avrebbe raccontato di come Oz era giunto nell’omonimo regno e ne era diventato il re. La Disney apprezzò la proposta, e cominciò subito la lavorazione.

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Inizialmente, alla regia doveva esserci Sam Mendes, con Robert Downey Jr. (noto al grande pubblico nelle vesti di Iron Man e Sherlock, in entrambi i casi con buon successo) nei panni del mago; i due però declinarono ad inizio lavorazione, e furono sostituiti rispettivamente da Adam Shankman e Johnny Depp. Da ultimo, però, approdò al progetto Sam Raimi, da sempre grande ammiratore dell’originale (un po’ meno del sequel prodotto sempre dalla Disney nel 1972, Ritorno a Oz di Hal Sutherland), e il buon Raimi volle come protagonista, invece del solito Depp, James Franco, con cui aveva già lavorato durante la trilogia di Spider-Man.

 

Rispetto al precedente Drag Me to Hell, Raimi è alle prese con un genere (almeno in apparenza) ben diverso, ma lo spirito che lo anima è sempre lo stesso: il regista rende omaggio ad un tipo di cinema artigianale, fatto di illusioni e macchinazioni che sono dirette discendenti dei trucchi da baraccone che il “mago” protagonista mette in scena. La vera magia è il cinema, dice Raimi, e non c’è incantesimo che tenga di fronte ad un’immagine proiettata sullo schermo, un trucco in cui tutti vogliono credere e che rende possibile l’impossibile. Per questo, Il grande e potente Oz è incredibilmente vicino, a livello di intenti e di realizzazione, più a Hugo Cabret di Martin Scorsese che non ad altre pellicole di Raimi, e rappresenta un sunto della sua poetica, una dichiarazione d’amore che racconta il cinema secondo uno dei più apprezzati ex-indipendenti


“Il grande e potente Oz rappresenta un sunto della poetica di Raimi”

Ho apprezzato molto il cast, a partire da un James Franco a proprio agio nei panni dello sbruffone come in quelli dell’eroe riluttante, divertito e divertente. A farla da padrone, però, sono le attrici con una splendida e subdola Rachel Weisz che, come Evanora, incarna la matrigna cattiva del film, con tanto di mela avvelenata. La vera sorpresa è comunque Mila Kunis, la strega Theodora, che ricalca movenze e toni di voce dell’indimenticabile Margaret Hamilton, riuscendo a dare al personaggio un retroscena tragico e romantico, che risulta come un villain più umano per il quale è possibile anche simpatizzare. Una delusione, invece, Michelle Williams, imposta dalla produzione sopra la prima (Blake Lively) e la seconda (Hillary Swank) scelta del regista: alle prese con un ruolo difficile, quello della strega Glinda, l’unica effettivamente fuori posto nel manifesto di poetica di Raimi, la Williams non riesce a dare spessore al proprio personaggio, né a giustificarne la presenza, rimanendo un’aggiunta superflua finalizzata esclusivamente allo scorrimento della trama. Inevitabile un cameo per i due feticci di Raimi: il fratello Ted, e l’inseparabile Bruce Campbell (divertente anche l’apparizione di uno degli eroi del film originale, il Leone Codardo).


Ottimi gli effetti speciali: Raimi, alle prese col magico mondo di Oz, può lasciare andare a briglia sciolta la propria fantasia dando vita a paesaggi coloratissimi, personaggi pittoreschi e creature da sogno, il tutto valorizzato da un 3D ambientale mai così efficace dai tempi di Avatar. Deludenti, invece, le musiche di Denny Elfman, che torna a lavorare col regista dopo aver risolto il diverbio che li aveva divisi in Spider-Man 2: senza il carattere e lo stile usuali, le sue musiche si limitano ad accompagnare le vicende sullo schermo, incapaci di sottolinearle o potenziarle.

 

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Decisamente superiore ad ogni aspettativa, Il grande e potente Oz è il grande ritorno, a distanza di settant'anni, di un fantasy anomalo ma magico, una vera e propria dichiarazione di amore a un certo tipo di cinema ed al suo potere di incantare e stregare, valorizzato da una perizia tecnica notevole.

Raimi riesce a mantenere una notevole autonomia creativa, ed anche alle prese con una major come la Disney, regala un film personalissimo e coinvolgente. Consigliato.

  • Torna uno dei mondi più amati della storia del cinema, ad opera di un regista cui non mancano abilità, inventiva e amore per la settima arte.
  • Michelle Williams è francamente inutile e fuori posto, in questo contesto.