Quando una sottocultura cresce, prospera e comincia a produrre i propri capolavori, ingrandendo sempre più il bacino dei propri aderenti, accade puntualmente qualcosa di assieme incredibilmente naturale e sempre imprevisto. Tale sottocultura diventa pop. E’ successo all’Heavy Metal a inizio anni ’90, all’Emo a metà anni 2000. Una simile - e forse più eclatante - esplosione la sta avendo la cultura nerd da ormai qualche anno a questa parte; a differenza delle altre si tratta di una cultura non limitata a una singola forma d’espressione artistica, più pervasiva, maggiormente diversificata.
Non ho le idee ben chiare sulla scintilla che ha innescato questo passaggio (credo comunque che l’incredibile popolarità di The Big Bang Theory ci abbia in qualche modo messo lo zampino), fatto sta che oramai persino il Daily Mail in persona giudica un libro come Ready Player One “easily the stand-out work” nell’universo sci-fi dell’anno 2011. Un romanzo che sguazza nella cultura nerd con raro entusiasmo e una buona dose di (sana?) autocelebrazione. Distopia ambientata nel classico “futuro non troppo lontano dove qualunque cosa potrebbe fare schifo lo fa”, Ready Player One (pubblicato in Italia dalla ISBN come Player One perchè, suppongo, quel Ready rischiava di far flippare la clientela) racconta di un’epica avventura “che più nerd non si può!“. Il protagonista è un ragazzino obeso e senza amici che trascorre le proprie giornate all’interno dell’OASIS, colossale gioco di ruolo online iperrealistico, MMORPG infinito in dimensioni e sviluppi che assorbe ormai una buona quota delle ore di veglia di quella parte di mondo che non sta morendo di fame, avvelenamento da radiazioni o di qualunque altra cosa la gente muoia in questo nostro disgustoso futuro.
Ernest Cline, di fatto, non si scomoda troppo a illustrare la situazione globale - il che è probabilmente un bene, poiché il libro presenta già tutta una serie di capitoli iperesplicativi in cui l’autore delinea la storia, le meccaniche e il regolamento dell’OASIS, in quello che sembra più un trip immaginativo notevole ma vagamente fine a se stesso che un sensato bisogno di comunicar qualcosa di significativo. Il nostro paffuto amico Wade è alla ricerca di un criptico easter egg, una sorpresa nascosta da qualche parte all’interno dell’immenso mondo di gioco, un segreto che - se trovato - darà al fortunato gamer accesso a un’immensa, stratosferica ricchezza, con cui il buon Wade spera di comprare un’astronave per un Supersonic volo Up In the Sky. Esplosioni, gamer-girls, Mecha-Godzilla, un paio di arcimaghi e una malvagia organizzazione paramilitare. Senza rivelare altro sugli sviluppi della trama, vi dico che basta azzardare qualche ipotesi a caso e si può star certi che difficilmente si mancherà di molto il bersaglio.
Ready Player One si inserisce nell’ambito del trionfo supremo di una sottocultura nerd che, come quelle che l’hanno preceduta, presenta una visione antropologica del mondo che va ben oltre il semplice “mi piacciono i videogame” (/”la musica pesante”, /”essere triste”). Una visione che sarebbe bello e utile ricostruire a livello storico, che credo abbia la sua prima forma embrionale in Cervantes e che è stata codificata in termini moderni da HP Lovecraft in persona - se chiedete a me, il primo vero nerd della storia. Riducendo il discorso ai minimi termini: il mondo reale fa schifo. Per fortuna non esiste soltanto il mondo reale.
Ready Player One è un romanzo incredibilmente significativo se considerato quale frutto del suo tempo (e se si focalizza sugli anni ’80 è, ritengo, più per ovvie motivazioni anagrafiche che storiche). Lo è perchè non si limita a intertestualizzare ogni tre pagine (no, non è un eufemismo) e a citare decine e decine di film, video games arcade, serie TV, fumetti e perfino band (rigorosamente niente hip o cool, ma roba cervellotica a là Rush). Lo è perchè abbraccia appieno la filosofia che si cela dietro la dedizione completa a tali forme di fuga dalla realtà. Una filosofia che. se approcciata dall’esterno, può apparire a tratti agghiacciante e forse vagamente vile, ma in realtà non è mai priva di motivazioni, ragioni di esistere nonché di un approccio al mondo estremamente razionale, sensato.
Può sembrare un discorso esagerato, ma fidatevi - Ernest Cline è un nerd fino al midollo. Non aspettatevi, quindi, un finale in cui il buon Wade scopre il valore dell’attività all’aria aperta.
A livello squisitamente narrativo, per quanto si possano criticare le molte falle del romanzo, Ready Player One riesce sempre ad essere divertente. E le falle non sono certo poche, riconducibili al minimo comun denominatore chiamato “romanzo-di-esordio”. Numerose sezioni descrittive, numerosi accenni a possibili sottotrame risultano nel complesso superflui al romanzo e decisamente eliminabili. La quantità di deus ex machina in questo libro è impressionante e costituisce la sua pecca principale, con almeno un paio di svolte al limite dello scientificamente-impossibile. Ma ci si passa oltre, ogni volta, perchè Wade è uno stereotipo ma uno stereotipo simpatico; la sua missione lo porterà a immergersi nelle avventure che tutti, chi più chi meno, abbiamo tanto amato e/o voluto provare noi stessi (da Wargames a Star Trek ai Monty Python, passando per robottoni giapponesi e dungeon infestati di lich). E poi, siamo onesti - se stiamo leggendo questo libro è incredibilmente probabile che, almeno fino a un certo punto, ci sia davvero semplice immedersimarci con Wade e le sue fughe dalla realtà. Finendo per tifare per lui, ovviamente.