Da quando le riserve di potenza computazionale non rappresentano più un serio problema per i moderni personal computer, il rendering estremo ha forse involontariamente filtrato quel genere di emozioni che titoli come il primo Half-Life hanno saputo iniettarci in endovena? E’ un tarlo del dubbio che si annida profondo, considerando quelli che, commercialmente parlando, sono gli esponenti moderni del genere. Le operazioni di remake, spesso fini a loro stesse, possono però risultare estremamente appetitose quando la volontà e la passione di un gruppo di ragazzi si associa con Black Mesa al filone del mercato gratuito e all’altisonante nome del grandioso prodotto made in Valve. Grazie alla rivisitazione del codice con una versione aggiornata del Source (il motore grafico che muoveva il secondo episodio), il titolo torna a splendere di luce propria, ai giorni nostri. E il maestro non fa sconti agli allievi.
Per i più giovani, urge ricordare brevemente la vicenda entro la quale si dipanano qui gli sforzi videoludici. Black Mesa, New Mexico. Un complesso di laboratori votati alle ricerche estreme sulla materia, scavato nella fredda terra. Un gruppo di scienziati, pressati da un’amministrazione scontenta, si spingono troppo aldilà e un esperimento troppo ardito, fallisce miseramente, seminando morte e distruzione nella struttura. Un giovane ricercatore, Gordon Freeman, il classico tipo giusto al momento sbagliato, primo fra gli eroi diversi dallo stereotipo alla Duke Nukem nei videogiochi.
Chi ebbe la fortuna di vivere le tremende vicissitudini del nostro alter-ego, circa quindici anni fa, le ricorda senza dubbio come un gioiello incastonato nella propria carriera videoludica. Se all’epoca il taglio incredibilmente cinematografico, l’ansia, il trasporto delle scene a video e l’incredibile atmosfera, destarono scalpore, oggi tali caratteristiche sarebbero potute risultare ingenue o addirittura indigeste, calate in un contesto tecnico inevitabilmente violato dal tempo, soprattutto agli occhi di un pubblico ormai abituato a ritmi frenetici. Il lavoro di restyling svolto a livello grafico era perciò necessario, per addolcire la pillola alle nuove generazioni e al contempo corroborare di gioia per gli occhi tutte quelle peculiarità che fecero dell’originale un autentico cult. E l’opera è certamente compiuta, lo dico senza mezzi termini.
Black Mesa gode ora di ambienti finemente illuminati e resi più realistici da una texturizzazione che rende il pur vetusto Source un motore ancora degno di lode. Probabilmente non siamo davanti ad un’orgia poligonale; ciò che rende compatto e accattivante l’insieme, risulta essere soprattutto la componente effettistica. Oltre ai già citati effetti di luce, l’acqua coinvolge nel suo lento animarsi e nel suo riflettere (parzialmente) il mondo circostante, mentre si cerca disperatamente una via di fuga, nei condotti sotterranei della manutenzione o mentre, col respiro corto, si esplorano anfratti sommersi. Non manca il normal mapping e l’azione di gioco è scandita da un framerate ancorato a valori di picco esaltanti, anche in configurazioni non certamente al top della tecnologia, grazie alla leggerezza che da sempre contraddistingue il Source. Senza contare la bontà dei modelli poligonali di personaggi e mostri alieni, con i primi che ora godono anche di discrete animazioni facciali.
Se una cascata di risonanza diede inizio all’incubo, oggi quello stesso intoppo, che la memoria ricordava con compassionevole amore, appare davvero come un evento catastrofico per il complesso di ricerca e per l’umanità intera, sempre grazie al lavoro certosino svolto a livello grafico. I primi minuti di gioco, impreziositi ora da un accompagnamento sonoro da tachicardia, restituiscono un feeling ancora maggiore, se possibile, rispetto a quindici anni fa. Un buon motore fisico, inoltre, asseconda la scena con crolli, distruzioni, morte e sangue a palate, mentre flussi di particelle, raggi laser e scariche elettriche demoliscono muri e scardinano porte. Il terrore aumenta quando si capisce che i componenti della squadra scientifica ora si stanno trasformando in mostri alieni, giunti nel complesso da un passaggio spazio-temporale apertosi grazie al classico esperimento andato storto. Il tutto, preme ribadirlo, impreziosito da un dettaglio sconosciuto ai tempi che furono.
Inquadrare il gameplay di Black Mesa è alquanto semplice: antico, in quanto immutato nel corso degli anni, ma ancora dannatamente vincente. Se infatti l’esplorazione ambientale, uno dei tanti fiori all’occhiello del titolo, i combattimenti, le fasi platform (lievemente aumentate in quantità) paiono sempre perfettamente integrate, così come le si ricordava anni fa, a sorprendere è ancora oggi il level design (rimasto ovviamente quasi inalterato in questa reincarnazione amatoriale), anche conoscendolo a menadito. Backtracking, senza alcuna paura, tanta è la feroce sensazione di pericolo costante, che incita il giocatore ad una corsa quasi frenetica, in un complesso disastrato che sorprende per i piccoli accorgimenti. Un disperato bisogno di medkit (o meglio, di stazioni per la rigenerazione), ricerca strenua di preziose munizioni, fuga disordinata in vista di nemici facilmente aggirabili. Questo era Half-Life. Questo è Black Mesa. Non solo improrogabili sparatorie con feccia aliena e soldati armati fino ai denti, qui entrambi dotati di un’intelligenza artificiale leggermente affinata (ripresa direttamente dalle routine di Half Life 2), ma anche e soprattutto esplorazione. Le prime ore di gioco si differenziano notevolmente da molte produzioni odierne (i primissimi momenti sono molto lenti, Gordon non ottiene una pistola se non molti minuti dopo l’inizio) e rimangono impresse in quanto a trasporto emotivo e costante sensazione d’esserci, in quel contesto disperato.
L’inserimento iniziale nei laboratori tramite navetta, così all’apparenza tranquilli e calati in un’altra giornata come tante altre, la vita e le espressioni delle tante persone che incontreremo lungo la strada che porta verso la camera dell’esperimento principale; quelle stesse espressioni che ritroveremo di lì a breve, scosse, devastate o semplicemente, tranciate.
Va detto che alcuni giocatori potrebbero non apprezzare nello stesso modo certi elementi del gioco, come ad esempio il feeling con le armi e gli effetti da impatto sui corpi che non sono ovviamente al livello di un Max Payne 3, eppure c’è qualcosa che mi ha spinto comunque a procedere, come lo fece quindici anni fa. Che sia quell’ineluttabile stretta emotiva verso uno scienziato sfortunato, con la passione per un piede di porco o il level design che induce, lo ripeto, all’analisi meticolosa di ogni centimetro quadrato, poco importa. Armati di fucili, mitragliatori o pistole, che convenientemente vengono raccolti nel corso del dramma, vorrete procedere diritti verso la fine di quell’incubo. E magari, vi verrà voglia di provare gli effetti dei nuovi bengala, utilizzabili sia come lumi nell’oscurità che per “accendere” di speranza i ripugnanti alieni che si pareranno sulla vostra strada.
La grandiosità degli ambienti, ampi e desolati, in qualche caso ricorda un po’ la solitudine già incontrata in Dead Space. Il silenzio assordante delle aule scientifiche di Black Mesa sostituisce in seguito all’incidente gli sconquassi metallici che avevano regnato in precedenza, segnando inequivocabilmente un contrasto pregno di significato fra il prima e il dopo nel laboratorio. Considerata poi la presenza di testi in lingua italiana (praticamente per tutte le battute) e, lo ripetiamo, la natura totalmente gratuita di questo ben di Dio videoludico, viene spontaneo pensare che ogni persona che provi un briciolo di amor proprio, dovrebbe catapultarsi a scaricare i pochi GB necessari ed effettuare poi l’installazione tramite Steam; l’unico requisito è infatti il download (gratuito) del Source SDK 2007, non è necessario neanche avere nella propria libreria di Steam il primo Half Life.



